mar 30

Domenica XVIII – Tempo ordinario

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Confusione in quella riva dove Gesù aveva compiuto il grande prodigio della moltiplicazione del pane e dei pesci. Essi si sono limitati ad ammirare il miracolo che ha soddisfatto la loro fame materiale e allora le categorie umane prendono il sopravvento, ma come ogni entusiasmo rischia sempre di spegnersi quando altri propongono qualcosa di più.
Gesù lo abbiamo visto la folla lo vuole acclamare Re e allora scappa perché non interessato. Il Regno che Gesù ci propone è diverso da quello che consideriamo nell’accezione comune.
La notizia fa il giro del lago e molti vogliono sapere e conoscere quello di cui sentono raccontare. La forza della carità che si sprigiona nella condivisione diventa motivo che spinge ad attrarre tutti senza distinzione. Il miracolo è avvenuto al di là di Cafarnao, quindi in terra pagana. La carità attrae e interroga tutti. Ora le folle vogliono vedere Gesù e cercano di raggiungerlo attraversando il lago.
Sono ancora attraversati da una soddisfazione di un loro bisogno troppo materiale e non interessati a un bisogno spirituale. Il miracolo ha sprigionato una forza che interpella inevitabilmente. Non resta che compiere il suo stesso percorso e cercarlo.
Inizia con le domande un lungo discorso per Gesù. Parte da un interrogativo riguardante i tempi del suo arrivo aldilà del lago. Iniziò con un interrogativo di Andrea un lungo percorso di discepolato: “Maestro dove abiti?”. Domande che è giusto sottoporre a Gesù lasciandosi sorprendere. Magari la risposta non è immediata. Proprio ad Andrea Gesù risponde in maniera lapidaria: “Vieni e vedi” eppure in quella risposta c’è un invito a porsi in cammino.
La folla segue Gesù perché colpita dal miracolo, ma si limita alla dimensione materiale e alla semplice soddisfazione di questa. Il Maestro invita coloro che lo hanno seguito ad andare in profondità dell’evento che hanno vissuto. Cercare il vero cibo che serve per la vita eterna evitando l’affanno e le preoccupazioni di ciò che è materiale. In altri passi Gesù invita le folle a non preoccuparsi di come vestirsi e cosa mangiare, ma ad allargare l’orizzonte dei propri sguardi contemplando ciò che sta intorno all’uomo, ovvero alla natura e come Dio stesso provveda perché se i nostri occhi si rivolgono al perno della fede il resto viene dato in abbondanza.
Inizia una catechesi sull’Eucaristia, pane su cui Dio ha messo il suo sigillo. Sorgono le domande che si limitano alla dimensione umana del fare al fine di graziarsi Dio.
Occorre credere. Le nostre opere debbono essere supportate dalla fede senza la quale rischiano di sciogliersi come neve al sole. La fame di segni che da sempre caratterizza l’uomo che a tentoni cerca Dio, come se con i soli segni possa essere confortato e assicurato della presenza di Dio stesso nella vita. Non vi sarà dato altro segno se non quello di Giona ha detto in altri passi.
C’è un rimando alla dimensione della risurrezione perché come tre giorni Giona rimase nel ventre del pesce così il Figlio dell’uomo rimase tre giorni nel ventre della terra. Quello è il segno a cui tutti siamo rimandati perché altri se ci venissero donati non avrebbero nessun significato.
La dimostrazione di non sapere leggere i segni, perché non rivolti verso la Pasqua, sta proprio in queste espressioni che la folla afferma di fronte a Gesù. Hanno appena visto un grande miracolo e pronti sono per richiederne altri e sollecitare altre prove. Vogliono una fede che si basa su miracoli. Sembrano fare confronti, ma che non reggono perché si rifanno all’Antico Testamento che sono solo prefigurazioni del Nuovo Testamento.
Il capitolo 16 dell’Esodo racconta di come, fuggiti dall’Egitto e attraversato il Mar Rosso, gli israeliti si trovarono persi nel deserto e senza punti di riferimento. Fino a poco tempo prima, seppur schiavi, vivevano di una certezza: quella che assicurava loro casa, lavoro, cibo e vita sociale. In quella nuova situazione, invece, non avevano più niente, se non rimpianti sul passato, incertezze sul presente e paure sul futuro. Tormentati da queste domande e dalla fame, si lamentarono con Mosè pretendendo una soluzione che egli non aveva. Mosè si rivolse al Signore e chiedere aiuto ed Egli rispose: diede al popolo quello che chiedeva, ma non come lo aspettava. Donò la manna per impastare il pane nuovo del ristoro e del cammino. Così la manna, donata e accolta, aiutò gli israeliti a camminare per quarant’anni nel deserto, fino alla Terra Promessa.
Gesù rimanda all’unico e vero pane quello che ci viene donato per il nostro cammino che ha una meta ben precisa: il Regno. La manna era prefigurazione del Pane di vita ed è stato donato a un popolo che camminando nel deserto lamentava la sua fame. La folla ancora una volta è incapace di comprendere e si limita sempre alla dimensione materiale. Giovanni ci mostra la chiusura delle folle davanti all’insegnamento di Gesù che ha un crescendo che avrà un finale particolare di completo rifiuto della proposta.
Gesù allora viene a identificarsi nel pane di vita donato e spezzato per noi. Un tema che si presenta in tutto il Vangelo di Giovanni questa unità tra il Padre e il Figlio. Questo è stato inviato perché tutto abbia compimento in Dio e quella rottura che l’uomo ha compiuto, con il peccato originale, sia ricomposta.
Meditando su questo brano penso a quante volte l’ho potuto sperimentare la forza dell’amore cristiano. Ogni volta che vado alla Casa della Carità a Milano constato questo interrogarsi da parte di coloro che beneficiano dell’assistenza. Molti di questi sono islamici, eppure, quando entrano nella Casa per fare una doccia o chiedere un’assistenza si vede negli ospiti quel domandarsi una ricerca di senso di tutte queste attenzioni fornite gratuitamente. Così è capitato a coloro che a Tiberiade hanno beneficiato di quel pane e quel pesce donato in abbondanza. Abitanti di terre pagane.
Questo ci dice che la carità ha lo scopo sempre di mandarci a qualcosa di più alto che la semplice filantropia. Questa infatti subisce l’emotività umana, mentre la carità avendo il suo fondamento in Dio ha la sua solidità.
Inevitabilmente la forza sprigionante della carità si espande e giunge a tutti. In Casa della Carità i numeri aumentano certo perché le emergenze crescono, ma anche per il profumo dell’amore si diffonde.
Iniziano interrogativi che portano inevitabilmente a delle risposte che non possono essere affrettate perché colui che pone le questioni sia condotto ad andare in profondità. Allora la carità raggiunge il suo obiettivo.
San Luigi Guanella sosteneva che per aiutare a raggiungere la verità l’uomo deve avere Pane e Paradiso. Senza il Pane è difficile comprendere la forza del Paradiso, ma senza Paradiso il Pane non ha sapore e chiunque può donarcelo.
I due pilastri della carità debbono essere estremamente uniti.
L’Eucaristia ci rimanda proprio a questo essendo pane degli angeli, come nella vecchia tradizione ci veniva detto di invocare nel momento dell’Adorazione.
Alimento che sostiene il nostro cammino spirituale.
Difficile da comprendere sicuramente in ogni tempo ieri come oggi.
Davanti all’Eucaristia la vita si fa dono lo dicono i santi che hanno attinto davanti al Tabernacolo per portare avanti la loro missione. Lo dice a noi tutti don Roberto Malgesini, sacerdote comasco ucciso nel pieno dell’esercizio della carità e con lui la schiera di eletti che stanno davanti al Signore.
“Io sono il pane vivo disceso dal cielo!” sia questa l’espressione che ci accompagni in questi giorni.

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